- Tempo di lettura: 4 minuti

Da giorni ascoltiamo il ripetersi di notizie positive sul CoVid-19, spesso esaltanti ma fondamentalmente false: i contagi non stanno calando, seguono il normale percorso imposto dal numero dei tamponi che si son fatti con gli evidenti e arcinoti tempi di propago. Detto terra-terra, significa che se si fanno cento tamponi, i risultati saranno disponibili su quei cento tamponi e solo dopo il periodo di incubazione del virus, che è tra 5 e 14 giorni. Se nei giorni a seguire si fanno una quantità di tamponi differente, è abbastanza logico che il numero dei contagiati, dei positivi e degli immuni è soggetto a cambiare. Questo perché i test a tampone seguono un percorso che va verso l’ignoto e oltre, sostenuto dai soggetti declinati al controllo.

Giorni fa, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli aveva detto:

I tamponi, così come prevede l’OMS – poi mi correggerà se sbaglio il professor Villani (presidente della Società italiana di pediatria, ndr) – sono effettuati solo quando ci sono sintomi. Sintomi evidenti, difficoltà respiratorie. Quindi sotto questo profilo possono esserci anche delle persone lievemente sintomatiche che non fanno i tamponi. Questo è quello che penso, giusto professore?

Il professore Alberto Villani risponde:

Confermo. A coloro che hanno realmente bisogno del tampone, il tampone viene eseguito. Quindi se non viene eseguito evidentemente non c’è l’indicazione a farlo.

Ecco, non è proprio così. E di parecchio.

Le raccomandazioni del Ministero parlano di sottoporre a tampone le persone con infezione respiratoria acuta, cioè «insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e difficoltà respiratoria» indipendentemente che richieda il ricovero o meno. Le raccomandazioni dell’OMS, poi, dicono altro: «fate i test, fate i test, fate i test». Siamo stati redarguiti per non aver ampliato il numero dei tamponi: per l’OMS è cruciale aumentare i test per contenere l’epidemia e uscire più velocemente da questa crisi.

Eppure sono in tantissimi con sintomi gravi compatibili con la CoVid-19 non ancora sottoposti al tampone. E tra questi decine di medici di base, medici ospedalieri, infermieri e anestesisti in Lombardia, Emilia, Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Il Friuli Venezia Giulia, tra l’altro, ha il triste record di regione con più operatori sanitari contagiati dall’inizio dell’emergenza rispetto alla forza lavoro impiegata e al totale dei cittadini contagiati. Secondo il rapporto dell’ISS, infatti, gli operatori friulani contagiati sono 190: il 14%, quasi come la Lombardia; in Veneto è al 4,4% e in Emilia Romagna al 7,7%.

La realtà sanitaria è gravissima, soprattutto nelle case di riposo del nord.

Dal 7 marzo a oggi, in “Villa G. Padovani”, una casa di riposo di Quinzano d’Oglio (Brescia), sono morte 33 persone. Ufficialmente solo una delle persone ospitate è morta di COVID-19: era stata ricoverata in ospedale e dopo il decesso era emerso dai test che era stata contagiata. Gli altri 32 ospiti sono morti invece nella casa di riposo, senza che fosse possibile trasferirli in ospedale. Nel momento di massima emergenza, nella struttura sono morte cinque persone in un solo giorno.

Il 4 marzo, la “Residenza Borromea” di Mombretto (Milano) ha registrato il primo caso di COVID-19 e ha disposto l’isolamento di una ventina di ospiti con sintomi sospetti, che potevano aver subìto il contagio. Vista l’altissima percentuale di contagiati emersa dai primi test, l’azienda sanitaria locale ha deciso di interrompere i prelievi, considerando tutti gli ospiti come positivi. Dal 4 marzo presso la Residenza Borromea sono morte 62 persone, ma non è possibile stabilire con precisione quanti decessi siano stati causati dalla CoVid-19.

Nella RSA Opera Pia Curti di Borgomanero, in provincia di Novara, ci sono stati 16 morti dal 14 marzo a oggi.

Storie come quelle di Quinzano, Mombretto e Borgomanero sono comuni e numerose nel Nord Italia. Gli ospiti, persone molto anziane e già con problemi di salute, sviluppano sintomi che fanno sospettare la CoVid-19, si aggravano e poi muoiono senza poter essere ricoverati o sottoposti al test. I loro decessi passano inosservati alla sorveglianza sulla diffusione del coronavirus e non compaiono nei bollettini ufficiali, come quello comunicato ogni giorno dalla Protezione Civile.

In Friuli Venezia Giulia, regione piccolissima che ha appena un milione e duecentomila abitanti, va meglio che da altre parti, ma l’eccezione che conferma la regola è proprio lì, dove te l’aspetti.

Paluzza, comune di duemila anime tra le montagne carniche, secondo i dati diffusi dalla Protezione Civile ha 7 persone in quarantena, sei decessi e ben 72 positivi al coronavirus. L’indice che stima l’incidenza del virus sulla popolazione, ossia il numero delle persone in quarantena e positive ogni mille abitanti, è di 33.3, il più alto in tutto il Friuli Venezia Giulia. Degli otto comuni che confinano con Paluzza, solo Sutrio – 5.8 – e Paularo – 3.3 – hanno un indice fuori dalla media regionale; tutti gli altri hanno zero. Come mai? 

Il motivo principale è la casa di riposo che ha oltre 60 contagiati e 4 morti ufficiali, i cui anziani NON stati isolati quando sono arrivati i primi casi accertati. Il confronto con la bergamasca è evidente. Parliamo di dati ufficiali, quelli reali probabilmente saranno 5-6 volte di più, che se rapportati ai 2.073 abitanti di Paluzza (censimento 2019) sono un numero enorme. Come nella bergamasca.

Il direttore della Protezione Civile, Agostino Miozzo, durante una conferenza stampa della scorsa settimana ha detto che «si fanno i tamponi che il Sistema Sanitario Nazionale ritiene necessario fare sulla base delle indicazioni che ci sono suggerite dalle organizzazioni internazionali».

Se continuiamo a prenderci ancora in giro, sarà evidente che i risultati che arriveranno quando faremo i test come indicano i protocolli saranno a livello di percentuali bulgare.

Prima o poi dovremo fare i conti anche con le cose che sono andate storte e renderci conto che i dati ufficiali non sono reali.