Un’altra campagna elettorale

Un’altra campagna elettorale

Tempo di lettura: 7 minuti

By |2018-11-19T10:04:02+00:001 Febbraio 2018|Categories: Politically (in)correct|Tags: , , , , , , , , |0 Comments

Una campagna elettorale che funziona non può che partire dai temi principali del paese

Non dai temi del candidato, sia chiaro; e nemmeno dalle proposte o dalle promesse dello schieramento politico. Deve partire dai fabbisogni del Paese – declinandoli sia in positivo che in negativo – risolvendoli. Vediamoli assieme.

LAVORO
Con la crisi hanno chiuso le aziende, e con la disoccupazione galoppante – soprattutto giovanile – di conseguenza è aumentato il malcontento verso le istituzioni. Dopo la crisi, il paese è ripartito ma il malcontento è rimasto. Perché?

Perché la ripresa non ha colpito il paese in maniera omogenea

  • Il Nord è ripartito perché è industrializzato, ha professionalità e infrastrutture adatte alla produttività e quindi alla ripresa.
  • Il Centro, chiaramente, ha produzioni e infrastrutture diverse, per cui ha fatto molta fatica a riemergere ma pian piano ne sta venendo fuori.
  • Il Sud, invece, è al palo da sempre – e non solo per colpa della crisi -, pertanto non riesce a vedere la luce. Al sud mancano le infrastrutture, la produttività è recepita in maniera antistorica e l’industrializzazione è ferma agli anni ’70 quando si tentò (con scarsi risultati) di far diventare la realtà meridionale un clone del resto del Paese.

Gli ultimi dati Istat parlano di un 63 per cento di occupati e un 11 per cento di disoccupati. Ma sono gli inattivi a fare ancora una volta la differenza, ossia coloro che non hanno un lavoro e che non hanno più intenzione di cercarlo perché sfiduciati dalle Istituzioni. È con queste figure che deve parlare la politica ed è su queste persone che si deve incentrare la campagna elettorale.

IMMIGRAZIONE
Nel 2017 gli arrivi in Italia sono stati 120mila, con un calo del 34% rispetto al 2016. Nel 2017 sono state presentate oltre 130mila domande di asilo, il 5,4% in più rispetto al 2016. Da settembre 2015 al 31 dicembre 2017 sono stati trasferiti in un altro Stato membro 12mila richiedenti protezione internazionale.

Ma il dato inquietante è che nel 2017 ci sono stati 3.200 migranti morti o dispersi nel Mediterraneo.

Ma la colpa principale è negli Accordi di Dublino: nati nel 1990 per regolamentare i flussi migratori europei, è stato aggiornato una prima volta nel 2003 quando in carica c’era il secondo Governo Berlusconi (in realtà senza grossi cambiamenti), nel 2013 dal Governo Letta con la premessa di gestire i flussi assieme all’Europa, e la prima stesura per un terzo cambiamento è stata votata in Parlamento Europeo nel 2017, durante il Governo Gentiloni. Cosa diceva, in pratica, la Convenzione di Dublino prima dell’ultima stesura: che il primo Stato membro in cui viene effettuata la richiesta di asilo è responsabile del rifugiato. Il nuovo regolamento, invece, elimina il criterio del “primo accesso”, ovvero il criterio con cui ogni paese d’arrivo diventava responsabile del migrante. Il principio di base adesso è di rendere più proporzionale la quota di richiedenti asilo in ogni paese membro, pena il taglio dei fondi strutturali.

Il Governo Letta prima, e i Governi Renzi e Gentiloni poi, hanno indubbiamente lavorato per modificare il trattato in modo che nessun paese fosse l’unico responsabile del richiedente asilo, scongiurando, così, che il primo accesso fosse anche l’ultimo. Nel 2003, con scarsa lungimiranza, Berlusconi e Maroni si accontentarono invece di ricevere più soldi dall’UE per sistemare quello che nei decenni successivi si sapeva sarebbe diventato il problema umanitario più problematico della storia. Al contrario, i governi dell’ultima legislatura, hanno preteso che il problema immigrazione diventasse un “problema europeo” perché è così che dev’essere se vogliamo convivere con i nostri cugini continentali: ognuno si fa carico di un pezzetto di difficoltà. Chi fa campagna elettorale dicendo il contrario mente sapendo di mentire.

Come muoversi

Cosa fare e cosa dire in questa campagna elettorale è complicato. Da un lato c’è il bisogno di distinguersi nel mare di promesse che la politica propone al proprio elettorato di riferimento. Dall’altro c’è la consapevolezza di non fare promesse che non si potranno mai mantenere, e, soprattutto, tenere un profilo adeguato alla carica (politica e/o istituzionale) e alle aspettative di tutti gli italiani. Ogni campagna elettorale offre molti spunti, ma alla fine si ci affida sempre a due sole linee di pensiero.

La prima dice che la pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore.

La seconda NO.

Ovviamente la soluzione perfetta non esiste (la campagna elettorale perfetta NON esiste), però bisogna anche rendersi conto che oggi “una potenza di fuoco superiore” sostanzialmente indica un uso delirante della demagogia, ancora più di quella che già vediamo in questa campagna elettorale. La sola alternativa rimasta è quella di essere Responsabili: farsi carico delle problematiche degli italiani e cercare di rimuoverle senza false illusioni, senza false promesse e senza accampare scuse se le cose vanno diversamente da come ci si aspetta. Parlare chiari ed essere sinceri, soprattutto adesso, in campagna elettorale, è l’unica chiave di volta per sconfiggere i populismi di qualsiasi colore.

Far conoscere le cose buone prodotte è un ottimo viatico per accrescere la responsabilità di un politico e fidelizzare al meglio il proprio elettorato. Ma sono le proposte, specialmente se realistiche, che fanno vincere le elezioni e fanno decollare una campagna elettorale. E le proposte migliori sono quelle che riguardano il lavoro, la cultura, l’ambiente; ma anche l’Europa, i diritti, la ricerca (intesa sia come studio che come lavoro) e l’innovazione.

Scenari
Nella media dei sondaggi settimanali proposti da Termometro politico, vediamo che il centrodestra è stabilmente in testa tra le coalizioni, mentre il Movimento 5 Stelle rimane il primo partito.

Il centrosinistra è comprimario, in terza posizione, tra le coalizioni; mentre il Pd è secondo dopo il M5S tra i partiti.

 

 

Cerchiamo di capire dunque cosa succederà il 5 marzo partendo però da alcuni filmati.

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Reddito di cittadinanza.
Nessuno nega che il reddito di cittadinanza possa diventare una buona proposta. Il problema è che costerebbe un botto e anche se Di Maio afferma che si sovvenziona eliminando le pensioni d’oro (impossibile farlo, dice la Corte Costituzionale), costerebbe comunque dai 12 ai 16 miliardi l’anno e, come dicono gli analisti, non basterebbe nemmeno eliminare del tutto le pensioni di oltre tremila euro per far fronte alla spesa. E infine c’è il coso qui sotto, che ha criteri più sensati e logici del reddito di cittadinanza.

 

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Vaccini.
Salvini si lamenta dell’obbligatorietà dei vaccini ignorando che grazie alla loro obbligatorietà aumenta la copertura sanitaria e dunque diminuiscono i rischi per tutti di contrarre malattie gravi. E in ogni caso c’è Burioni…

 

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Pensioni.
Nel 1970 la spesa previdenziale era solo il 7.8% del Pil, l’aumento indiscriminato delle pensioni porterebbe ad una spesa previdenziale che andrebbe ben oltre l’attuale 17 per cento: 258,8 miliardi per politiche previdenziali, 152,9 miliardi per spesa sociale e politiche del lavoro non coperte da contributi. Totale: 411 miliardi, 761 milioni, 734.737 euro. Un’enormità già cosi, figuriamoci aumentarle senza sistemare i parametri che ad oggi costano all’Inps un deficit di 35-37 miliardi annui che copre lo Stato. Berlusconi è dal 1994, nella sua prima discesa in campo, che propone in campagna elettorale l’aumento della pensione minima.

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Flat tax
Conosciamo perfettamente la Flat tax, sono vent’anni che Berlusconi la mette nel suo programma per la campagna elettorale assieme alla pensione minima. In pratica, uniforma le aliquote fiscali ad una sola: in pratica Berlusconi avrebbe la stessa aliquota fiscale di un operaio dell’Ilva. Allo stato attuale, se l’aliquota fosse al 23% come dice Berlusconi, il costo a carico dello Stato per l’eliminazione delle altre tre aliquote sarebbe di circa 40 miliardi di euro all’anno, al 20 per cento come dice Salvini costerebbe attorno agli 80 miliardi, se fosse al 15% come chiede la Meloni costerebbe 102 miliardi. Una manovra del genere non è mai stata fatta, sarebbe persino il doppio rispetto alla pantagruelica finanziaria “lacrime e sangue” da 100 mila miliardi di lire che il governo Amato varò nel 1992. Ecco, provate a ricordare il governo Amato ad un elettore di centrodestra.

5 MARZO

Movimento 5 Stelle primo partito.
Nel caso che i grillini vincessero le elezioni, e il Presidente Mattarella affidasse a Di Maio l’incarico di formare un governo, presumibilmente non otterrebbero la fiducia in Parlamento, e, dopo il classico gioco al rimpiattino, e dopo aver gabbato più o meno tutti i possibili alleati – Lega e LeU compresi -, il presidente della Repubblica sarebbe costretto a sciogliere le Camere e farci tornare alle urne. Questo succederebbe non perché lo vogliono i 5Stelle, bensì perché, oggettivamente, sono prima forza elettorale e il loro pensiero politico è, in qualche modo, da prendere seriamente in considerazione.

Vince il Centrodestra.
Attualmente Berlusconi e compagni sono ad un passo dal premio di maggioranza, ma, secondo un recente studio di Salvatore Vassallo – e cioè se uno dei tre poli arrivasse al 38-39% dei voti distanziando di circa 9 punti percentuali su base nazionale il secondo – è molto probabile che conquisti comunque la maggioranza assoluta anche senza ottenerne il premio. Quindi: incarico ad un facente funzioni di Berlusconi, fiducia in Parlamento e cinque anni di governo di destra. Fine dei giochi.

Attenzione, vince il Centrosinistra!
La coalizione di centrosinistra in questo momento non ha nessuna chance di vincere questa tornata elettorale, ma giusto per continuare il giochino poniamo per assurdo che le vinca. Attenzione però, bisogna che sia anche realistica questa vittoria, e dunque Renzi & Co non vinceranno perché superano nelle percentuali il centrodestra, ma perché a Berlusconi succede un fatto così eclatante e straordinario che, da oggi al 4 marzo, perderebbe quei dieci punti di vantaggio sul centrosinistra. Ed ecco che Renzi si intesta una vittoria che lo porterebbe – lui o chi per lui – al Quirinale per ricevere l’incarico da Mattarella. Ma qui la situazione è esattamente come per i 5Stelle: il centrosinistra è senza maggioranza parlamentare quindi senza fiducia. Che succede allora? Per caso vi aspettate qualcosa di diverso?

CONCLUSIONI
Le analisi sulle elezioni e sulle campagne elettorali non servono a prevedere chi vince: servono a capire meglio i temi di cui si parla, i programmi dei partiti, la vita dei candidati e degli elettori; cosa può succedere in caso di vittoria di uno o dell’altro candidato, in caso di vittoria di uno o dell’altro schieramento. Il giorno dopo le elezioni, oltre a fare l’analisi della sconfitta o della vittoria, l’unica cosa che conta è

CHI L’HA RACCONTATA MEGLIO andando più vicino ai risultati elettorali.

 

Concludo questo giochino con alcuni studi molto seri del prof. Vassallo.

Cliccate su un collegio per sapere chi è favorito all’uninominale

Qui invece i seggi derivati dall’uninominale

About the Author:

Mi chiamo Giacomo Lagona, mi occupo di marketing digitale e social media con la creazione di contenuti e strutture di supporto dall'offline all'online e viceversa. Sviluppo strategie di marketing politico, Social Media Marketing; organizzo campagne elettorali ed eventi culturali basati su territorio e turismo di nicchia.
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